Giuseppe Coccon
I successi di Claudio Ranieri e la sindrome del colonizzato
La vittoria del Leicester in Premier League ha risvegliato gli animi e le passioni di attori, cantanti, pensatori e politici: il nostro Premier chiederà al Presidente Mattarella persino un’onorificenza per il bravo allenatore del Testaccio. Onore a Ranieri, persona perbene sia sotto i riflettori delle metropoli che all’ombra delle piccole città, come Parma, dove pure ha allenato.
Il successo di Ranieri però, l’ennesimo successo italico di una persona normale, è l’ennesima dimostrazione dello stato di abbandono, quasi di resa, in cui versa il nostro Paese. Una terra che alleva e sforna talenti in quantità, nella ricerca tecnologica e scientifica ma anche nel design e nella moda. Talenti e cervelli che crescono in Italia, a spese dell’Italia, e poi, non trovando opportunità e sbocchi professionali adeguati nel nostro Paese, per evitare di appassire emigrano all’estero e sbocciano come tulipani. Facendo le fortune delle principali aziende o dei migliori Centri di Ricerca Internazionale.
Esattamente il contrario di quello che da tempo fanno cinesi e indiani, mica gli UFO. Li fanno studiare all’estero (meglio se in Europa, che se ne accolla cosi pure il costo sociale) e quando sono formati se li riprendono a casa e li mettono al timone delle grandi major locali. Quanto avvenuto con Ranieri, bistrattato e considerato eterno numero 2 dall’invidia becera del nostro mondo del calcio, mi fa pensare che forse siamo diventati vittime della sindrome del colonizzato: per essere felici e avere successo abbiamo bisogno che qualcuno, rigorosamente straniero, ci compri o nella migliore delle ipotesi ci dia il posto di lavoro che ci meritiamo.






